Sessanta nobili medievali annegarono nelle feci

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Carlo del Regno Unito esiste perché, nel 1184, un suo antenato non annegò nella merda.

Non è un modo di dire inglese strano.
È ciò che accadde a sessanta nobili del Sacro Romano Impero durante una riunione politica a Erfurt, in Germania.
L’antenato di Carlo sopravvisse per caso.
Gli altri no.

L’impero era allo sfascio. Era più che altro una collezione di nobili che si odiavano, tenuti insieme a malapena dalla figura dell’imperatore Federico Barbarossa.

Federico in quel momento aveva altro per la testa: stava organizzando una crociata, stava cercando moglie per il figlio Enrico e stava provando a non far esplodere la Germania.
Stava fallendo in tutto.

Due dei suoi vassalli, Ludovico III di Turingia e l’arcivescovo Corrado di Magonza, erano ai ferri corti per una disputa territoriale che andava avanti da anni. 
Mandò quindi il figlio a mediare.
«E guadagnatela sta corona! Non stare sempre piegato sul telefonino!»
«Ma babbo stasera c’avevo l’invasione della Polonia con gli amici! E vabbè…», rispose sbuffando.

Enrico arrivò ad Erfurt a luglio e convocò una mega riunione condominiale in territorio neutrale: un convento.
Vampiri e demoni mandarono la delega.

Tutti gli altri arrivarono ed erano più di 100.
Solo i nobili erano 60, più il loro seguito.
Questa bega condominiale era solo l’apice di una lotta tra schieramenti che andava avanti da anni, e l’esito sarebbe stato decisivo.
Non potevano perdersela, ma temendo attentati avevano deciso di indossare l’armatura e farsi scortare da guardie pesantemente armate.

Si disposero tutti attorno al grande tavolo centrale facendo scricchiolare le travi.

L’ordine del giorno prevedeva una lamentela da parte del signor Ludovico, che sosteneva che la fortezza costruita dal signor Corrado al confine violasse le norme del regolamento condominiale, e soprattutto le norme di sicurezza.
Nello specifico quella personale di Ludovico.

(crack)

«Qui c’è qualcosa che mi puzza», disse Corrado sospettoso.
«Ma finiscila che non abbiamo nemmeno iniziato»
«No, sul serio, sento puzza…»
«Ah, dev’essere perché siamo proprio sopra le latrine del convento.»
«La prossima volta organizziamo a casa mia.»

(crack)

«Per favore sbrighiamoci a prendere posto, così poi potremo passare al punto sulle piante dell’androne.»

(crack)

Tra i presenti c’era Heinrich von Schwarzburg, noto per ripetere spesso: “Se facessi una cosa del genere, dovrei annegare nel cesso.

(crack)

La situazione precipita

Nel frattempo, al piano inferiore, fra Crautino stava cercando di alleggerirsi dal minestrone di fagioli e broccoli del pranzo.
Le voci e gli scricchiolii delle travi dalla sala riunioni lo deconcentravano.
Aveva bisogno di calma quando sbrigava certe faccende.
Tergendosi la fronte imperlata di sudore, si augurò che quella riunione finisse il prima possibile.

In quel momento sentì un crack fortissimo, come un’esplosione, ed il tetto crollò, facendo piovere i nobili invitati.

Le latrine erano una distesa di uomini che gemevano e si contorcevano dal dolore.
Alcuni erano finiti intrappolati sotto le travi.
Altri erano finiti con travi intrappolate dentro il loro petto.

«Dio, ti ringrazio, ma con questa confusione è ancora peggio, ho bisogno di privacy per fare quello che devo fare.»

Si sentì una lieve vibrazione nel pavimento, poi un altro piccolo crack.
I sopravvissuti si zittirono per un momento e poi cominciarono a dimenarsi ancora più forte per liberarsi dalle macerie.

Il pavimento resse per altri 3 secondi, poi con un altro crack micidiale si spezzò e fece piombare i nobili nel pozzo nero del convento, non svuotato da anni.
Fra Crautino osservò la scena attonito, e da quel giorno fece voto del silenzio.

Il pozzo nero era letteralmente un enorme buco al centro del convento posto direttamente sopra le latrine, che altro non erano che buchi nel pavimento.
I nobili, appesantiti dalle armature, affondarono nella melma, altri soffocarono per le esalazioni miasmatiche.

In totale morirono 60 persone, decapitando i rami nobiliari dell’epoca.
Per le famiglie fu come affrontare una guerra e perderla.
Per Enrico fu come vincerla senza combattere: erano esattamente i nobili a cui stava sulle palle.

A salvarsi furono il principe Enrico e l’arcivescovo Corrado, che per il fetore e il caldo, all’inizio della riunione si erano appoggiati a una finestra.
Le cronache non specificano per quanto tempo rimasero lì aggrappati, ma gli storici concordano che fu abbastanza a lungo da elencare 3 volte tutti i santi.
«Principe! Siamo nella merda fino al collo!»
«Ci finiamo se molliamo la presa!»
Alla fine qualcuno riuscì a trovare una scala abbastanza alta e vennero messi in salvo.
Enrico, in quel momento, giurò di non mettere mai più piede ad Erfurt.

Ludovico, invece, non fu così fortunato.
Di più!

Quando il pavimento del primo piano crollò, lui si trovava proprio al centro della stanza, ma in qualche modo cadendo venne sbalzato di lato.

Riuscì a salvarsi dalla fossa aggrappandosi al saio di un frate che si trovava nelle latrine.

Quando portarono via tutti i corpi, ed i sopravvissuti riuscirono a farsi un bagno, Ludovico e Corrado si avvicinarono al principe con una certa circospezione.

«Ma… Adesso che è tutto a posto…»
«Sì, insomma, adesso che non stiamo più per morire…»
«Ecco… Noi…»
«Volevamo sapere se magari…»
«Magari, eh!»
«Si potesse riprendere la discussione iniziale…»

«Sparite dalla mia vista!», e si allontanò con l’esercito.

Enrico VI sopravvisse, tornò in Germania e divenne imperatore. 

Enrico VI


Tra i suoi discendenti, attraverso secoli di matrimoni e alleanze, c’è quasi certamente qualcuno che conosci. 
Le famiglie reali europee sono un albero genealogico molto, molto affollato.

E questa non è neanche la storia sul morire male più ridicola.
Se vuoi sapere come l’esercito austriaco si fece guerra da solo nel mezzo della notte, o come un filosofo greco morì dalle risate guardando un asino, sei nel posto giusto.


Sessanta nobili morirono davvero nelle latrine?

Sì, è successo tutto quasi esattamente come raccontato. Per quanto ridicolo sia.

26 luglio 1184, Erfurt. Un Hoftag convocato da Enrico VI, allora diciottenne e già re di Germania, per mediare tra Ludovico III di Turingia e Corrado di Wittelsbach, arcivescovo di Magonza.

La disputa era territoriale e trascinata da anni, nata dopo la caduta di Enrico il Leone, con al centro un castello che Corrado aveva costruito troppo vicino al confine turingio.

Presenti oltre cento persone. Il pavimento ligneo del piano superiore cede per sovraccarico, sfonda anche il pianterreno e precipita nella fossa settica sottostante.

Morti: circa 60, alcune stime arrivano a 100. Morirono per la caduta, per annegamento nei liquami o per asfissia da esalazioni.

Tra i morti: Heinrich I di Schwarzburg, Gozmar III di Ziegenhain, Beringer di Meldingen, Friedrich di Abenberg, Friedrich di Kirchberg, Burchard di Wartburg.

Enrico e Corrado si salvarono in una nicchia di pietra della finestra, rimasero appesi sopra la fossa finché non arrivò qualcuno con delle scale.

Enrico lasciò la città immediatamente dopo essere stato tirato su.

L’effetto politico reale: interi rami nobiliari decapitati in un pomeriggio, con crisi di successione e vuoti di potere a catena.

Fra Crautino purtroppo è solo un’invenzione.

Ludovico non si salvò aggrappandosi al saio di un frate. Cadde nella fossa insieme a tutti gli altri e ne uscì arrampicandosi. Il che è enormemente meglio: l’uomo che aveva convocato quella riunione passò il pomeriggio a nuotare nella merda e sopravvisse.

Erfurt non era territorio neutrale. Faceva parte dell’Elettorato di Magonza: era casa di Corrado. E la sala non era un convento generico ma il piano superiore di un edificio del complesso di San Pietro, accanto alla cattedrale.

La frase di Heinrich von Schwarzburg “se facessi una cosa del genere dovrei annegare nel cesso” è di una puntualità eccezionale, ma probabilmente gli è stata attribuita molto dopo per colorire la storia.

Una delle ipotesi storiche più accreditate su perché Enrico si trovasse in quella nicchia di pietra è che fosse seduto su una latrina in muratura ricavata nel muro esterno, l’unico punto della stanza ancorato alla pietra invece che al pavimento di legno.
Cioè: l’unico sopravvissuto illeso si salvò perché in quel preciso momento era al cesso. E tutti gli altri morirono cadendoci dentro.

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