Lo stregone di Loudun

Urbain Grandier era stato convocato nella residenza del magistrato Jean de Laubardemont.
Normalmente non sarebbe stata una buona notizia, ma lui si sentiva al sicuro.

jeanne des anges

📜 Nel convento di Loudun, le suore vengono assalite da spiriti e demoni interessati più al corpo che all’anima. Le suore, per qualche motivo, non sembrano avere fretta di liberarsene.

1 – Le possessioni di Loudun
2 – Lo stregone di Loudun <- sei qui
3 – I processi di Loudun
4 – I demoni di Loudun
5 – I roghi di Loudun

E poi l’aveva invitato a pranzo, chi dà cattive notizie a pranzo?
Se l’invitato si mette a singhiozzare, poi ti rovina il pasto.

Laubardemont comunque non era mica un vescovo.
Nemmeno un religioso, se è per questo.
Quindi non poteva trattarsi di questioni di curia.

Però era pur sempre l’incaricato del cardinale Richelieu.
C’erano stati alcuni screzi in passato, ma dai: Richelieu era una persona colta, intelligente… non se la sarà presa.

Allora qualche marito geloso?
No, impossibile. Dopo aver rischiato un’altra condanna era diventato prudente.
Il suo motto era diventato “solo donne non sposate”.
Al massimo le vedove.
Le vedove erano le migliori.
Libere, ricche e fanatiche della riservatezza.

Rifletté su tutte le possibilità, senza arrivare a nulla.
Alla fine decise di farsi coraggio e andare a vedere di cosa si trattava.
Tanto scappare non sarebbe servito.

Bussò al portone e attese. 
L’uomo che gli aprì gli fece venire i brividi.
Aveva una benda su un occhio, una cicatrice che partiva dall’attaccatura dei capelli al mento, e un moncone al posto dell’orecchio.

Deglutì.
«I… Io sono…»
«Mi segua.»

Solo allora Grandier si accorse che zoppicava vistosamente.

Istintivamente si portò la mano al viso tastandolo da un lato all’altro, come se la sola vista di un uomo sfigurato potesse contagiarlo e rovinargli i lineamenti.
Piuttosto sarebbe morto.

Jean de Laubardemont: magistrato e gentiluomo

Arrivarono nella grande sala da pranzo.
Nonostante il rango nobiliare e le disponibilità della famiglia de Laubardemont, la stanza era austera, spoglia.
Gli ricordò il monastero che frequentava da giovane.

Gli unici arredi erano un lungo tavolo con alle estremità due sedie.
Una vuota e una che stava impiegando tutte le energie per non crollare sotto il peso di Laubardemont.

«Prego, accomodatevi, Grandier.»

Era un uomo corpulento, con un viso tondo e occhi bovini. Aveva un tono pacato, quasi rassicurante.
Gli abiti, come il resto della stanza, erano semplici, addirittura monastici.
Grandier si sentì fuori luogo al suo cospetto.
Forse avrebbe dovuto indossare gli abiti ecclesiastici, pensò.

«Mi dovete scusare se ho iniziato a mangiare, ma ero convinto che l’appuntamento fosse domani. Sapete, l’età fa questi scherzi.»
«Ma si figuri»

In contrasto con quell’atmosfera sul piatto c’era un’anatra circondata da patate e decorata con diverse verdure.
Alla sua destra, accanto alle posate c’era una grossa croce di metallo.

«Ma prego, accomodatevi. Gaston! Prepariamo qualcosa per il signore.»

Grandier prese posto alla punta opposta del tavolo.
Nonostante l’accoglienza amichevole e informale del suo ospite, c’era qualcosa che lo metteva a disagio.

Provò a dire qualcosa per spezzare la tensione.
«Ah, il vostro servo si chiama Gaston?»
Appena pronunciata la frase, Grandier si rese conto che era probabilmente la cosa più stupida che potesse dire.

Si voltò per indicarlo, ma non c’era più.
«Ma… ma…»
«Ah sì sì Gaston», continuò Laubardemont, «quando vuole è silenzioso come un gatto. Da quando c’è lui non ci sono più topi in giro! Ahahahah!»

«Ah ah…» gli fece eco nervosamente Grandier.
Poi, ritrovato un po’ di controllo.
«È molto nobile da parte vostra dare lavoro ad un uomo in quelle condizioni» 

«Ehhhh ma sa… ci conosciamo da tanto tempo, pensi che quando ci siamo incontrati aveva tutti i pezzi a posto, era pure un bell’uomo, un donnaiolo, diciamo.»
«Ah, e che gli è successo?»

«Sapete com’è, la gioventù, era testardo, non voleva parlare, ma alla fine si è deciso.»
«Cooome?»
L’agitazione di Grandier schizzò di nuovo.
Trattenne un conato che gli era salito in gola.

«Sì, insomma, era un mio cliente; io e i miei collaboratori abbiamo lavorato fino a quando ha confessato. Scontata la condanna, l’ho assunto come guardiano.»
«L’avete torturato!»
«Suvvia… Che parola brutta», disse pacatamente ruotando la mano, «diciamo che per arrivare all’anima dell’uomo siamo dovuti passare attraverso le carni»

«Ma non avete paura che possa vendicarsi?»
«E perché mai? La moglie e la figlia sono ancora ospiti delle galere reali. È testardo, non stupido», aggiunse sprofondando nella sedia con un’espressione soddisfatta.

Grandier non era ancora in grado di mettere a fuoco un vero motivo, ma in quel preciso momento ebbe la certezza di essere finito in una trappola.
Sentì la mente annebbiarsi.

Urbain Grandier

Anche quelle sposate con Dio?

«…e pure voi avete fama di donnaiolo…»
«Eh? Cosa?», disse venendo trascinato alla realtà.
«Ma vi eravate distratto mentre vi parlo? Avete fama di donnaiolo. Lo sapete?»
«Sono un uomo. Mi piacciono le donne. Che c’è di male?»
«Voi siete un prete.»
«E… vabbè… sono prete e anche uomo.»

«Il problema non è solo questo. È che le piacciono in particolare le donne sposate.»
«Ehh… ma sempre donne sono…»

Solo un marito geloso pensò: in fondo niente di nuovo.

«Anche quelle sposate con Dio?»
«Cert… Eh? Cosa? Chi?»

«Mi dica, voi conoscete il convento delle Orsoline?»
«E certo, lo conoscono tutti in paese. Perché? È un problema? Che c’entra il convento?»
«Ma no, no», sorrise Laubardemont «non è un problema conoscerlo, però, certo conoscerlo come lo conoscete voi…»
«Perché? Come lo conosco io?»

«Un uccellino mi ha detto che avevate ricevuto una proposta.»
«Ahhh sì! Per fare il confessore! Con tutti quei discorsi mi avevate fatto confondere.»
«Ecco!»
«Ma ho rifiutato! Con le voci che girano su di me… Ed i problemi che ho avuto… Figuriamoci se mi andavo ad infilare in un convento. Poi sapete le malelingue? Ho declinato con un mazzo di rose.»
«Quindi ammettete di aver mandato le rose?»

Si pietrificò.
Che c’entravano le rose? Però ormai lo aveva detto…
«S… Sì?»
«Sì o no?»
«Sì! Ma insomma che cosa ci sarebbe di male?» si alzò in piedi sbattendo i pugni sul tavolo «Non ho fatt…»

Una mano pesantissima gli si poggiò sulla spalla e lo rimise a sedere.
Si irrigidì e lentamente si voltò per scoprire a chi appartenesse.

Dietro di lui c’erano due uomini.
Uno alto e corpulento, era sua la mano.
L’altro basso e magro, ingobbito e con le braccia penzoloni.
Entrambi avevano un cappuccio nero.

Fece contemporaneamente un urletto stridulo ed un balzo all’indietro, finendo di schiena sulla tavola.

«Vi presento i miei collaboratori: Séraphin e Célestin»
«Ma da quanto sono qua?»
«Da un po’. Sono anche loro molto silenziosi.»
«Mi hanno spaventato»
«Eh lo so! Pensate che normalmente lavorano a petto nudo. Sa, fa più scena. Ma in questo periodo dell’anno, con questa umidità… mi hanno chiesto se potevano mettersi qualcosa addosso, tanto l’effetto è comunque buono.»

Bevve dal boccale schioccando la lingua soddisfatto.

«Anche a loro sono affezionato. Li conosco da quando erano bambini.» 
Si appoggiò allo schienale con un sorriso dolce. 
«Conoscevo bene pure i genitori. Ah, brava gente, eh!»
«Conosceva?»

«Ehhh.» Allargò le braccia. «Non si decidevano mai a parlare, quei due. Testardi! Una pazienza ci voleva…»
Si sporse in avanti, e gli si illuminarono gli occhi.

«Però poi, alla fine… crack!»
Lo disse battendo le mani, con la stessa soddisfazione di chi racconta come ha sfilettato un’orata.

Grandier sobbalzò sulla sedia.

«Eh, lo so, lo so!» annuì compiaciuto, scambiando il sobbalzo per ammirazione. «Un lavoro pulito.»

Tornò serio, quasi commosso.
«E ‘sti ragazzi rimasti orfani, poverini. Che dovevo fare? Me li sono presi io. Una casa, un lavoro, un futuro.»
Sospirò.
«Sono un sentimentalone, in fondo.»

«Certo, pure loro all’inizio… eh, ce n’è voluta!» Ridacchiò. 
«Sa com’è, da giovani siamo tutti testardi.» 
Indicò i cappucci. 
«È per quello che se li tengono. I segni, capisce.»
Grandier si voltò di scatto. 
Si rese conto che per tutto il tempo erano rimasti immobili con lo sguardo fisso in avanti.

«Senza il loro aiuto non avremmo potuto condannare i genitori, avevano un talento per queste cose già allora. Ma adesso basta con le cose belle, torniamo a lei.»

seraphin celestin

Corpo e spirito di Grandier

«Dicevamo: voi avete mandato delle rose alla madre superiora del convento. Ditemi, le sembra un comportamento normale? Per un prete, poi.»
«È stato solo un gesto di cortesia perché ho rifiutato l’incarico!»

Laubardemont gli lanciò uno sguardo complice.

«Dico sul serio! E poi la madre superiora è storpia e pure racchia!»
«Quindi la conoscete.»
«Lo sanno tutti com’è! È la figlia dei de Belcier. In paese, quando vuoi insultare una donna, dici: “Sembri la figlia dei de Belcier”»

Fece una pausa.
«È per quello che l’hanno chiusa in convento.»

«E però, dopo le rose, voi siete entrato nel convento, di notte, a molestare le suore.»
«Cosa? No no! Io nel convento non ci sono mai stato!»

«E su questo vi credo.» Alzò il palmo, conciliante. «Lo confermano pure le suore.»

«E… allora non capisco. Di che mi state accusando?»
«Non c’è entrato con il corpo.» Si pulì la bocca col tovagliolo. «Come spirito, sì.»

«Ahhhh, ecco, come spirito… Cosa avete detto? Spirito?»
«E che? Non si sente bene là in fondo?»

«Ma siete impazzito?»
«Ehi! Moderate le parole! E poi abbiamo delle prove.»
«Le prove di uno spirito? Ma che state dicendo?»

«Conoscete Mignon? Il confessore del convento?»
«Ma non era morto?»
«Quello è lo zio. Adesso c’è il nipote. Ci pensate alla madre superiora? Ha chiesto un Grandier e l’è capitato un Mignon!»
Fece una pausa.
«Un imbecille comunque. Non vi siete perso niente. Ma del tipo furbo.»
«Io continuo a non capire.»

«Qualche mese fa Mignon ha trovato il convento nel caos. Spiriti. Apparizioni. Possessioni demoniache.»
«In convento!»
«In convento.»
«E allora?»
«Ha chiamato un esorcista. Padre Charles Martin. Uno bravo, eh! Dovrebbe vederlo! Fa paura.»
«E ha risolto?»
«No. Però ha fallito in modo molto professionale. E sa chi hanno chiamato dopo?»

«Il Papa!»
«Non faccia lo spiritoso! Dopo di lui hanno chiamato Padre Barre

«E lui è riuscito a…»
«Nemmeno lui.»
«Ah.»
«Però durante un esorcismo ha ottenuto il nome del colpevole.»

Grandier sbatté le palpebre.

«E sa qual è il nome?»

Ci pensò un attimo
«Mignon?»

«Ma allora voi pensate che stiamo giocando! Ha fatto il suo nome! Urbain Grandier.»
«Il mio…», fece eco incredulo.
«E quale? Il mio di nome? E sapete che ha fatto Mignon?» Alzò entrambe le mani: «Non risponda per carità! Ha scritto a me, ed io ho scritto al cardinale Richelieu.» 

Il sorriso scomparve dal volto di Grandier.

«Avete fatto cosa?»
«Ho scritto al cardinale Richelieu.»
«Per delle suore isteriche?»
«Per delle suore possedute.»
«E lui vi ha risposto?»
«Molto rapidamente.»

Grandier sentì lo stomaco stringersi.

«Cominciate a capire adesso? Diciamo che Mignon a breve diventerà il curato di Loudun.»
«Quindi è tutta una questione di ambizione?»

«Ma no, ma no! Vede… Vi ricordate Philippe Trincant? Quella ragazzina che ha sedotto, e poi vi siete rifiutato di prendervi le vostre responsabilità…»
«Non l’ho mica sedotta!»

Laubardemont lo fissò.

«L’avete messa incinta.»
«Sono due cose diverse.»
«Grandier…»

«Ma poi che gliene frega a lui?»
«È sua nipote.»
«Ah…»

«Per non parlare di quello che avete combinato a me»
«A voi?»
«Dico, in tutta la Francia sono riusciti a demolire le mura dei castelli nobiliari, solo qui non ci si è riusciti. Ed indovinate chi era stato nominato responsabile per Loudun?»

Stava per dire nuovamente «Mignon», ma riuscì a trattenersi.
«Di sicuro non seducevate le donne grazie al vostro intelletto», sbottò con disprezzo, «Ero io il responsabile, Grandier!»

Si batté una mano sul petto.
«Io!»

Scosse la testa con sincera amarezza.
«Guardate che figura mi avete fatto fare voi e i vostri amici. Mi avete umiliato davanti al re e al cardinale!»

«Scusate?», tentò con un sorriso nervoso.

«Eh, Grandier… Vi siete fatto più nemici di Cesare. Prima o poi doveva succedere.»

«Gesù non ha forse detto di amare i propri nemici?»
«Ehhhh!» fece Laubardemont. «Ma quello tanto tempo fa. E poi non tutti prendono appunti durante la messa.»

Laubardemont si alzò e si scrollò le briciole di dosso.

Solo una formalità

«L’interrogatorio è finito.»
«Come sarebbe a dire interrogatorio?»
«Rimarrete nostro gradito ospite fino al processo di domani.»
«Processo? Non potete farlo!»

Laubardemont inclinò la testa.
«Vabbè. Noi ci proviamo lo stesso.»

«Ma… ma… non può farlo! Non si danno brutte notizie a pranzo, non lo sapete?»
«Tranquillo, avevo già finito. Mangio presto così digerisco meglio.»

«Questo è omicidio!»
«Ehhhh!» fece Laubardemont agitando una mano. «Sempre queste parolone! Se il cardinale avesse voluto togliervi di mezzo, l’avrebbe fatto e basta.»

In Grandier si accese una luce di speranza.
«Volete dire che…»

Laubardemont sollevò una mano.
«Non mi interrompete, altrimenti perdo il filo.»
Bevve un sorso di vino per schiarire la gola.

«Intanto non dimenticate che con la storia delle mura l’avete fatta grossa.»
«Non ero da solo!»
«E che? Secondo voi adesso il cardinale va a processare un conte?»
«Ma…»

«E vi ricordate quando lo avete sbeffeggiato in pubblico? Sfidandolo a venirvi a prendere?»
«Si scherzava…»
«Lui no! Capite il problema, Grandier? Per essere un semplice prete, vi siete fatto notare troppo.»

Fece un passo avanti abbassando il tono.
«Il cardinale non vuole uccidervi.»

Si avvicinò.
«Vuole annientarvi.»

Fece un altro passo.
«Vuole umiliarvi.»

Un altro passo.
«Vuole togliervi tutto.»

Guardandolo fisso negli occhi.
«Vuole farvi soffrire così tanto, che nessun altro avrà il coraggio di opporglisi di nuovo.»

Grandier impallidì.

Laubardemont sorrise.
«Siete un uomo fortunato.»

«Fortunato?»
«Diventerete un esempio.»

Fece una pausa.
«Fra cento anni nessuno si ricorderà di chi ha sfidato Richelieu.»

Il sorriso si allargò.
«Ma tutti si ricorderanno di cosa succede a chi lo fa.»


Continua in I processi di Loudun. Incredibile: già all’epoca esistevano i giudici corrotti!


Cosa c’è di vero

L’accusa è documentata ed è esattamente quella che avete letto: Grandier non fu mai accusato di essere entrato nel convento. Tutti concordavano che non ci avesse mai messo piede. Né lui né le suore si erano mai incontrati.

Fu accusato di esserci entrato in spirito. Un processo per stregoneria basato su un reato commesso in forma di fantasma.

Il nome del colpevole uscì davvero dagli esorcismi: durante una seduta, un demonio dichiarò che era stato Grandier a far entrare il maligno nelle suore. La parola di un demonio, verbalizzata, fece da prova d’accusa.

Jean Mignon era realmente il nipote del procuratore Trincant, quello della figlia sedotta e messa incinta. Il confessore del convento, cioè l’uomo che gestiva gli esorcismi da cui uscì il nome di Grandier, era il parente diretto della sua vittima. Nessuno all’epoca vide un conflitto di interessi.

Anche il movente di Laubardemont è documentato: era davvero il commissario incaricato da Richelieu di demolire le fortificazioni di Loudun, e la fazione di Grandier fu tra quelle che gli resero l’impresa impossibile.

Il pranzo, Gaston, Séraphin e Célestin sono invenzioni narrative. Ma l’intenzione che Laubardemont dichiara alla fine, fare di Grandier un esempio per chiunque pensasse di opporsi al cardinale, è la lettura che gli storici danno dell’intera vicenda.

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