Séraphin e Célestin ancora rabbrividevano al solo ricordo.
Non avevano bisogno di dirselo.
Non che fossero in grado di parlare, ma anche se lo fossero stati, non si sarebbero scambiati una sola parola.
Il solo sguardo era sufficiente.

📜 Nel convento di Loudun, le suore vengono assalite da spiriti e demoni interessati più al corpo che all’anima. Le suore, per qualche motivo, non sembrano avere fretta di liberarsene.
1 – Le possessioni di Loudun
2 – Lo stregone di Loudun
3 – I processi di Loudun
4 – I demoni di Loudun
5 – I roghi di Loudun <- sei qui
La notte prima avevano assistito alla più dilettantesca ispezione con l’ago che si potesse immaginare.
E da parte di un chirurgo per di più.
Continuava ad inserire l’ago sempre negli stessi punti.
Si dimenticava dove aveva già cercato.
Confondeva le parti del corpo.
Gli indicavi il braccio e lo infilava nei testicoli.
Gli indicavi la coscia e lo infilava di nuovo nei testicoli.
Gli indicavi i testicoli, e quelli… quelli li capiva al volo.
Una notte passata a sopportare le urla del cliente e a lanciargli secchiate d’acqua per risvegliarlo.
Alla fine i sigilli messi dal diavolo li aveva trovati.
Almeno così aveva detto.
Adesso era un altro giorno, ed era il turno dei professionisti.
Séraphin, preparando i suoi attrezzi da lavoro, disse tra sé e sé:
«Pensano tutti di poter fare i torturatori, ma non capiscono che ci vuole talento, dedizione, e anni di pratica»
Cioè… Più che altro disse: «Mghhhh mhhhh ghhh mhhhhh»
Ma il senso, comunque, era quello.
Il flusso di pensieri venne interrotto dall’ingresso di Laubardemont.
«Buonasera ragazzi, buonasera Grandier, vi trovo bene, com’è essere nostro cliente?»
«Potrebbe andare meglio»
«Bene, bene, non perdete il senso dell’umorismo altrimenti qui diventa un mortorio.»
Si guardò velocemente attorno per assicurarsi che tutto fosse in ordine, poi un po’ sovrappensiero si rivolse a Grandier.
«Vi porto i saluti, lo sapete di chi?»
Lui ci rifletté un attimo.
«Mia moglie?»
«Vostra cosa? Moglie? Ma dite sul serio?»
Laubardemont lo guardò allibito.
«È a voi che dovevano fare l’esorcismo! Un prete sposato…»
«Io…»
«No, no, per favore, non dite altro. Vi salutano il chirurgo Mannoury e il farmacista Adam.»
Grandier rabbrividì.
«Ma che gli avete fatto? Normalmente ci vogliono dieci minuti per la ricerca con l’ago. Con voi ci hanno messo tutta la notte. E mi hanno detto che…»
Rabbrividì anche lui al pensiero.
«Metà del tempo lo hanno passato a setacciarvi i testicoli in profondità!»
Grandier scattò istintivamente a proteggersi con le mani, ma le catene lo bloccarono.
Infine riuscì a dire.
«Ecco, vedete… potrei essere stato un po’ sgarbato nel trattare la loro reputazione…»
«Sgarbato?»
«Ho detto in giro che sono dei ciarlatani e che ne hanno ammazzati più che salvati…»
«Ahhh andiamo bene!»
«E che sono degli impotenti e che le loro mogli escono di casa di nascosto per venirmi a trovare in curia.»
«Grandier, con tutti i nemici che vi siete fatto, mi domando com’è che siate ancora vivo. Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine, e prima o poi è oggi.»
Sfiorò pensieroso il bordo di una morsa montata su un tavolo.
Sospirò e si voltò lentamente verso il prete.
«Grandier, avete sofferto abbastanza. Vi prometto che prima parlate e prima ce ne andiamo.»
«Significa che se confesso mi lascerete andare?»
«Ma che avete tutti in testa? Noi ce ne andiamo a casa, ma per voi dopo quella porta c’è solo il rogo.»
«E allora perché dovrei confessare?»
«Séraphin! Célestin! Portate le pinze e spiegate al signore i vantaggi di una confessione rapida.»
«Non potete!»
«Ancora? Non è compito vostro stabilire cosa possiamo fare. Tra l’altro sarebbe un conflitto di interessi.»
«Ma…»
«Forza, avete dieci tentativi per decidervi.»
«Dieci?»
Sollevò le mani e, sorridendo, mosse le dita.
Fece per andarsene, poi si fermò davanti alla porta pensieroso.
«Ah, Séraphin, Célestin, una cosa importante: la scorsa notte le urla hanno tenuto sveglia la cuoca, ed oggi si è appisolata lasciando bruciare l’arrosto. Una tragedia. Per favore, non fate troppo baccano, fate piano.»
«Mhhhhh» mugugnarono in risposta.
«Bene! Professionalità sempre!»
E se ne andò chiudendo piano la porta.
Grandier venne colto da un’altra ondata di speranza.
«Avete sentito? Dovete fare piano, giusto? Farete piano? Eh? È vero?»
I due fratelli si guardarono per qualche secondo e poi si mossero sicuri verso di lui.
Uno gli spalancò la bocca, l’altro infilò dentro uno straccio.
Grandier sentì di svenire, con i sensi invasi dal fetore e dal sapore rancido.
Poi la sua attenzione fu riportata all’esterno appena sentì Célestin prendergli il mignolo con una pinza.
Special guest
«Buongiorno ragazzi, ed ottimo lavoro. Stanotte la cuoca ha dormito benissimo.»
I due fratelli si voltarono lentamente, le pinze a mezz’aria.
A Grandier restavano ancora quattro tentativi.
«Però Séraphin, Célestin, devo chiedervi di uscire.»
Non era mai successo.
«E portatevi le guardie. Tutti fuori, per favore.»
«Mhhhhhh mhhhhh mhhhhhhhhhhhhh», disse Grandier.
«Oh! Aspettate, vi tolgo lo straccio di bocca.»
«Grazie, Laubardemont», ripeté Grandier, sofferente: «Non resistevo più al dolore»
«Primo», rispose infastidito, «per far cessare il dolore dovete solo parlare…»
«No»
«Fatti vostri. Secondo, c’è una persona che vuole vedervi.»
Aggiunse subito.
«Per carità, non provate a indovinare che non è giornata!»
Entrò una figura avvolta in un mantello da viaggio, il volto nascosto dal cappuccio.
Grandier osservava con ansia e speranza tentando di riconoscere chi fosse dalla sagoma.
La figura attese che la porta si richiudesse.
Poi si tolse il cappuccio.
«Voi…»
«Passavo da queste parti», disse Richelieu. «Sarebbe stato scortese non salutare.»
Sorrise.
«Ci tenevo a vedervi nel pieno della vostra miseria.»
Si concesse qualche attimo per ammirare la scena: nudo, incatenato ad un tavolo, con sangue raggrumato su quasi tutto il corpo e le dita spezzate.
Oh se solo le sue amanti potessero vederlo in questo momento!
«Anche se, a essere precisi, vi sono sempre stato accanto. Mignon, il signor de Laubardemont… Sono sempre stato qui. Solo, per interposta persona. Gli impegni, capite?»
«Sono venuto a rassicurarvi», proseguì, come se non avesse sentito. «Ho dato disposizione che la vostra storia venga messa per iscritto, stampata e fatta circolare. In Francia e fuori. Farò di voi un esempio, Grandier. È più di quanto abbiate mai ottenuto da solo.»
Grandier provò a mostrare un ghigno di superiorità, ma il dolore al labbro spaccato gli fece contorcere il viso in una smorfia.
«In effetti se sono riuscito a scomodare un cardinale, vuol dire che ero destinato alla grandiosità, chissà cos…»
«Voi! Grandiosità! Siete solo un pretuccio di campagna troppo stupido per capire i guai che ha combinato! Siete solo dannoso, un guaio per chi vi sta attorno e una disgrazia per voi stesso!»
Grandier si sentì ferito, balbettò qualcosa, ma l’unica cosa che gli uscì di bocca fu un piagnucoloso: «Io non ho niente da confessare.»
«Oh, lo so. E vi prego, continuate così», disse, giungendo le mani in preghiera. «Ogni giorno che non confessate è un giorno in più di lavoro per i signori qui fuori. Sarebbe un peccato interrompere un’opera così accurata sul più bello.»
Si rimise il cappuccio.
«Non potrò assistere ufficialmente all’esecuzione, questo lo capite. Ma resterò in incognito.»
Si fermò sulla porta.
«In prima fila.»
Tentò di rispondere, ma sentì che ormai qualunque cosa sarebbe stata inutile.
Decise di provare lo stesso e, abbozzando faticosamente un sorriso, chiese speranzoso: «Signor Cardinale… Ma… non è che ve la siete presa per quella storia dei castelli?»
Richelieu continuò senza dare segno di averlo sentito.
«Chi non muore si rivede, Grandier. E noi non ci vedremo più.»
E uscì.
Laubardemont si lasciò sfuggire un risolino.
«Uhuh! Il cardinale ha fatto una battuta! Non ne fa mai! Dev’essere proprio di buon umore.»
«Non mi è sembrata questa gran battuta!»
«Eh, ma quello è cardinale, mica un giullare! Possibile che non siate mai soddisfatto?»
Come Avetrana, ma senza le dirette
Nel frattempo, la notizia si era realmente diffusa in tutta la Francia.
Un prete donnaiolo condannato per aver sedotto delle suore, già da solo bastava a fare colpo sul popolo.
Mettici anche il processo con il diavolo testimone in chiesa!
Mettici il convento composto da suore erotomane!
Non c’era una sola persona che non discutesse di questa storia.
In chiesa ogni domenica era l’oggetto di tutti i sermoni.
La sera quello delle risate più sguaiate nelle taverne.
E adesso ci sarebbe stato anche lo spettacolo del rogo.
Tutto sfociò in una tale ossessione che si manifestò un fenomeno nuovo.
Il turismo crime.
La gente accorreva da tutta la Francia per vedere di persona i luoghi, per parlare con i conoscenti e, soprattutto, per assistere alla spettacolare conclusione della vicenda.
Tutti i cronisti dedicarono tempo a questa vicenda, in particolare tra tutti spiccò Eloise Fattibrutti.
Nome d’arte ovviamente.
Trascrisse le interviste ai vacanzieri dell’orrido parola per parola.
Non ci aggiunse niente e non ne avevano bisogno.
«Siamo venuti a vedere questi posti, abbiamo visitato anche il convento. Non ci hanno lasciati entrare, ma domani riproviamo.»
«Lei sta andando in chiesa?»
«Sì sì, dicono che sulla sedia dove si è seduto il diavolo ci sia una bruciatura a forma di sedere.»
«Scusi, signora, voi siete del posto?»
«Sì, non si vede?»
«Cosa ne pensa di questa storia del convento?»
«Ahhhh prima finisce, meglio è. Non si trovano più posti in chiesa. Il prezzo delle candele è triplicato. Non si trova più un posto per posteggiare il carro. E sono mesi che sono sparite tutte le carote e le zucchine! Non possiamo più fare una zuppa!»
«Lei oggi si è fatta i bigodini e si è messa sul carro solo per andare a visitare la canonica di Grandier?»
«Sì, era un dovere farlo. Secondo me.»
«E lei?»
«Sono venuto a dare un saluto, a vedere i posti dove si sono consumati gli esorcismi.»
«Colpevole, innocente, ma a me che me frega? L’importante è che bruciano un prete.»
«Ma voi non siete cattolico?»
«Io cattolico? A me cattolico? Ma io mica so’ ugonotto così… so’ ugonotto così!»
«Guardi, è da stamattina alle 5 che siamo sul carro. Ho portato tutta la mia famiglia perché è giusto che i bambini imparino.»
«Andrete anche nei luoghi dove si consumava il peccato?»
«Sì, certo. Che c’è di male? Non è mica morto nessuno. Almeno finora.»

Pure la ramanzina
Grandier venne svegliato di colpo da una secchiata d’acqua.
«Grazie ragazzi, adesso lasciateci soli.»
«Laubardemont? Siete voi? Che mi volete fare adesso?»
«Ma niente! Solo una chiacchierata con un cliente. Siete famoso, sapete? Addirittura fermano anche me per strada per intervistarmi. Ma voi come state?»
«Come sto? Mi prendete in giro?»
«Assolutamente!»
«Guardate le mie mani! La mia faccia!»
«Essì, visto che lavoretto di fino? Comunque sta solo a voi interrompere tutto. Sapete cosa fare.»
«Non confesserò!»
«E allora noi andremo avanti fino a che…»
«Fino a che mi ucciderete!»
«Ehi! Portate rispetto! Qui non è morto mai nessuno! Siamo dei professionisti!»
«Professionisti? Siete dei mostri!»
«Badate a come parlate!»
Laubardemont sembrava sinceramente ferito.
«E comunque no, io non sono un mostro. Sono una persona appassionata del proprio lavoro, che al giorno d’oggi è una cosa rara. Il mostro, qui dentro, siete voi. Avete sparso odio e sofferenza per vent’anni, gratis, per il solo gusto di farlo, e ancora adesso vi considerate la vittima. Nel mio lavoro ne ho visti tanti come voi. Vi riconosco a prima vista.»
«Io…»
«Io! Io! Vi rendete conto che è l’unica cosa che sapete dire?»
«Io non confesserò mai cose che non ho fatto.»
«Grandier, ne ho viste persone resistere fino all’ultimo. Li chiamo i testardi, e alla fine confessano tutti. Ma voi, voi non siete testardo, siete solo superbo. Per essere un prete avete scelto di approfondire per bene i peccati capitali.»
«E quali sarebbero gli altri peccati che mi attribuite?»
«Quali sarebb…»
Laubardemont fece per scagliarglisi contro per picchiarlo con le proprie mani.
Si fermò dopo pochi passi, socchiuse gli occhi mormorando qualcosa, infine fece un respiro profondo e ritrovata la calma riprese.
«Per esempio, che ne dice della lussuria?»
«Ah, già…»
«Ah già? Sapete? Abbiamo fatto una perquisizione. Questa volta sul serio. Ed abbiamo trovato qualcosa che a quel cretino di Mignon era sfuggita.»
«Abbiamo convenuto di bruciarle le lettere!»
«Abbiamo! Voi con me non avete convenuto niente, e poi non parlo delle lettere.»
«E allora di cos… Ah… Quello…»
«Una satira contro il cardinale Richelieu.»
«Sì, ma era per scherzare, vi è piaciuta?»
Si avvicinò ed abbassò la voce.
«Detto tra noi, sì.» Si lasciò scappare un sorrisino. «Stile un po’ acerbo, ma se foste ancora in grado di tenere in mano una penna, potreste migliorare. Certo che bisogna essere allergici all’intelligenza per firmarla e tenerla in casa.»
Fece una pausa per ritrovare la compostezza.
«Passi la satira, ma il problema serio è l’altra cosa che abbiamo trovato. Un trattato contro il celibato sacerdotale.»
«Ma è solo così per scherzare…»
«Grandier! Qui siamo all’eresia! Aggiungeteci vanità, superbia, lussuria e l’invidia delle vite degli altri. E siete fortunato che la stupidità non è peccato.»
«Aspettate. Invidia?»
«Voi desiderate le ricchezze degli altri, le donne degli altri, voi vorreste essere qualcun altro. Ditemelo, Grandier, perché vi siete fatto prete allora?»
«Per ricchezze, potere e libertà, come tutti.»
«Ihhhhh!» Si passò entrambe le mani in faccia per scaricare la rabbia.
«Farò finta di non aver sentito.»
Si sedette vicino.
«Però… Finalmente una risposta sincera. È un peccato che arrivi così tardi.»
Lo guardò qualche istante negli occhi, poi continuò.
«Ma non è nemmeno di questo che volevo parlarvi… Queste sono questioni da preti… Però adesso che è saltato fuori questo libretto, faranno altre ricerche, e salterà fuori il nome della moglie…»
«La moglie di chi?»
«Non trattatemi da scemo!»
«Mettiamo che esista…»
«Esiste! Me l’avete confermato proprio voi l’altro giorno.»
Grandier deglutì.
«E… E allora che volete da me?»
«Il nome.»
«E a che vi serve?»
«Grandier, sono stanco, non mi faccia perdere tempo. Verrà processata e giudicata anche lei.»
«La torturerete!»
«Non sta a me deciderlo, ma succederà.»
«Lasciatela stare, almeno lei.»
«Ve l’ho detto, voi portate la disgrazia a tutti quelli che vi stanno attorno. Non provate nemmeno rimorso.»
«Non è vero! No, no, no! Prendete me! Lasciatela stare!»
Laubardemont si alzò e si avvicinò al suo volto.
«Grandier, noi vi abbiamo già preso.»
Fa’ quel che dicono i frati, non quel che fanno
Vennero interrotti da urla proveniente dalla stanza di sopra.
«Levatevi levatevi! Dov’è lu preti?»
«Lu preti è nostru!»
«Oh», fece Laubardemont riflessivo, «sarebbero dovuti arrivare domani. Sono due frati venuti apposta per voi.»
«Sono qui per darmi l’estrema unzione?»
«Non credo sia per questo, li manda Richelieu.»
«Ah, capisco…»
Sbucarono dalla porta, quasi ruzzolando, due ometti minuti, i loro abiti sembravano di una taglia troppo grande.
Alla luce delle torce il loro colorito sembrava strano, quasi verdognolo.
Uno aveva una barba folta come il vello di una pecora, l’altro occhi piccoli e vicini.
Entrambi avevano il cappuccio alzato in testa, appuntito, come a farli sembrare più alti.
«Vi do il benvenuto, io sono il magistrato Laubar…»
«Lo sapemu chi sì tu! Sapemu tuttu.»
«Ah, e voi…»
«Io sò Padre Tranquille de l’ordine dei cappuccini.»
«Buon…»
«E io sò Padre Lactance de l’ordine dei francescani.»
«Bene, adesso che…»
Le voci erano stridule e sgradevoli, con picchi casuali come se facessero fatica ad esprimersi in quella lingua.
«Levati grassò che tu nin sei capace!»
Tranquille lo spinse di lato.
«Sine! Levati ca ci pensiamo noi!»
Raggiunsero Grandier e cominciarono a prenderlo a schiaffi.
«Parla cornutu!»
Sbam!
«Si parla o te scippiamo li occhi!»
Sbam!
«Parla o te tagliamo la lingua!»
Sbam!
«Laubardemont aiuto!»
L’uomo accorse, e tirandoli dalle spalle li allontanò e si frappose tra loro e Grandier.
«E allora! Che state combinando? Questo è un mio cliente! Questa è casa mia! Si usano i metodi miei!»
«E co li metodi toi ha parlatu?»
Chiese Tranquille strafottente.
«Sine, ha parlatu? Num me pare.»
Laubardemont li guardò per qualche secondo e poi con gesti volutamente lenti si avvicinò sistemandosi i polsini.
«Non tollererò altre intromissioni. Séraphin! Célestin! Questi due signori chiedevano di parlare con voi.»
«E chi ne sò questi? Ce dovessero fare paura? Ah! Ah! Ah! Ah!»
«Esatto! Ah! Ah! Ce dovessero fa… Ihhhh!»
Due mani pesantissime si erano posate sulle loro spalle bloccandoli sul posto.
«Certo che da questa angolazione fa tutto un altro effetto», disse Grandier impressionato.
«È vero?»
I due frati si voltarono lentamente, videro un muro deforme, poi sollevando lo sguardo videro una testa che li studiava dall’alto e capirono che faceva tutto parte di una persona.
Istintivamente fecero un balzo all’indietro andando a rimbalzare sulla pancia di Laubardemont per finire poi a terra.
«Avete finito con questo spettacolino? Ma poi, detto tra noi, voi veramente siete frati?»
«Eccerto che semo frati! Lui è frate a me.»
«E io sò frate a lui.»
«Ce manda lu cardinale», dissero infine in coro.
Laubardemont sgranò gli occhi.
«E questo l’avevo capito…»
«Lu cardinale dice ca siete lento»
«Siete lento! Ce dobbiamo pensà noi a farlo parlà»
«Ah, quindi il cardinale mi sta togliendo la fiducia», voltò lievemente la testa ed alzò il tono, «perché qualcuno non si decide a confessare!»
Grandier si strinse tra le spalle.
«E se per caso volesse continuare a non confessare?»
«Allora la scrivamo noio la confessuni»
«Nooo!», Laubardemont si battè il petto, «il protocollo non lo permette!»
«E allora glie facemu li stivali.»
«Sine! Li stivali! E vedi che parla!»
«No, non è il momento per gli stivali. Vedete, affinché una tortura sia efficace deve avere una corretta progressione. Se si va subito alla fase più dolorosa poi…»
«Ce lo vuoi spiegà tu a lu cardinale?»
«Ce lo volete spiegà voi?»
Laubardemont li guardò ancora, poi sottovoce chiese a Grandier.
«Ma avete fatto qualcosa anche a loro?»
«Nemmeno lì conosco!»
«Comunque… Vi consiglio di parlare adesso, quello che avete passato finora è niente in confronto agli stivali. Vi metteranno le gambe tra tavole di legno, e poi le stringeranno con dei cunei. Vi si romperanno le ossa, schizzerà tutto. Confessate.»
«Ma perché continuate a chiedermi di confessare se sapete che è falso? Scrivete qualcosa e firmatevelo da soli.»
«Non è possibile. Sapete… è la procedura…»
Grandier si voltò dalla parte opposta.
«E va bene! Séraphin! Célestin! Vi faremo colare via questo orgoglio!»
«Non è orgoglio…»
«Eh?»
«É che in questi giorni ci ho riflettuto…»
«A cosa?»
«A tutto. A quello che mi avete detto. Ai guai che ho causato agli altri. Penso che in fondo…»
«E che volite pure li pasticcini?»
«Ve state a confessà? Ce rubate lu lavuru?»
«No. Qui siamo pronti; possiamo procedere.»
Si avvicinò ai suoi collaboratori.
«Ragazzi, mi raccomando: è già deperito, questo schiatta da un momento all’altro; appena inizia a parlare, fermatevi.»
«Mhhhhhhhhh»
«Aspitati!» Padre Lactance si avvicinò a Grandier. «Cunfessa!»
«Ma padre, se io dovessi giurare il falso in punto di morte, non sarebbe peccato? Non mi farebbe finire all’inferno?»
«E ci hai ragiuni…»
«Sine, vero è”», fece eco padre Tranquille.
«Lu sai che c’è? Tu si nu fetecchiuni! Ce finisci l’istesso al lu nfernu! Cunfessa!»
Grandier aprì la bocca.
Da qualche parte doveva esserci un cavillo, un’eccezione, una scappatoia.
Ne aveva sempre trovata una.
Cercò disperatamente.
Non trovò niente.
L’unica cosa che gli girava per la mente era la propria voce che diceva “È vero”.
Venne riportato alla realtà da un dolore acuto al ginocchio.
Séraphin aveva appena inserito un cuneo tra le tavole, e Célestin gliene stava porgendo un altro.
«Cunfessa!»

Séraphin stava per stringere ancora le tavole quando vide Grandier sollevarsi per dire qualcosa.
Si interruppe per lasciargli recitare la confessione.
Era ora, aveva anche un certo appetito.
«Mio Dio, mi accusano di un patto che non ho mai firmato.
Ma so di essere stato peccatore, in altro modo, per altre colpe.
Ho amato più corpi che anime, incluso il mio.
Ho usato la lingua che Voi mi avete dato per sedurre, invece che per servire.
Ho fatto soffrire chi mi ha amato più di quanto io abbia mai amato Voi.»
Séraphin scrollò le spalle. Solo un delirio.
Lo fanno spesso quando il dolore aumenta troppo.
Sollevò il martello.
«Perdono Séraphin e Célestin, che hanno solo eseguito.
Perdono Padre Lactance e Padre Tranquille, che credono di servire Voi mentre servono soltanto la propria rabbia.Perdono Laubardemont, che chiama ‘procedura’ ciò che è vendetta.
Perdono anche il Cardinale, se questo può bastare a fermare la sua mano su altri come me.»
Séraphin si bloccò a mezz’aria allentando la presa sul martello.
Si voltò verso Célestin.
Anche lui fissava immobile Grandier.
Il cuneo gli scivolò dalle dita e cadde sulle tavole con un tonfo sordo.
Nessuno dei due si chinò a raccoglierlo.
Si scambiarono uno sguardo.
“Perdono”?
Nessuno l’aveva mai detto, specie con quel tono.
«Ohhh! Livati ce pensemu noio!»
Padre Lactance gli tolse il martello dalla mano e cominciò a picchiare furiosamente sul cuneo.
La cottura la facciamo alla Giordano Bruno
«Avete visto che disastro avete combinato?»
Grandier giaceva sulla tavola, appena cosciente, con le ossa di entrambe le gambe spezzate.
Mentre piantavano l’ultimo cuneo, il femore si era spezzato e il midollo schizzato fuori.
«Eccheccefrè? Tanto ha da morì!»
«Che vi frega? Sta morendo adesso! Il nostro compito è farlo confessare, non ucciderlo! Dobbiamo portarlo al rogo e in queste condizioni non può nemmeno salire le scale!»
Laubardemont era sinceramente furioso.
Aveva lasciato che i frati prendessero il controllo: erano pur sempre emissari del Cardinale, e non si contraddice il Cardinale, nemmeno quando ha torto.
Adesso la sua professionalità sarebbe stata macchiata per sempre.
«E vabbè! Ora ce pensamo noio.»
«Voi non pensate proprio a niente! Sono io il responsabile, si torna a fare quello che dico io!»
Poi rivolgendosi a Grandier, con tono quasi supplichevole.
«Mi scuso per quanto è successo, non è stato professionale. Garantisco personalmente che non succederà più.»
Grandier voltò faticosamente la testa verso di lui.
Il volto era pallido e imperlato di sudore.
«Mi pare un po’ tardi ormai»
«Sì, avete ragione, però ho una buona notizia: vi faremo la garrota.»
«Cioè?»
«Vi strangoleremo», disse con un sorriso complice.
«Ah, grazie, e poi cosa? Una pugnalata?»
«Stolto!» Laubardemont alzò la mano come a maledirlo, poi la guardò e l’abbassò di colpo.
«La garrota è un favore per il condannato!»
Gli si avvicinò abbassando il tono.
«Adesso viene il rogo. È una cosa terribile, è lo stesso grasso del condannato a staccarsi dalle carni ed alimentare la fiamma. Noi segretamente strangoliamo il condannato prima di accendere il fuoco, così quello che brucia è solo un cadavere. Sarebbe disumano altrimenti, per non dire contro le regole.»
«Allora… Grazie?…»
«None! La garrota non se puote fare! Ha cunfissato? None! E allura niente pietà»
Laubardemont avanzò di un passo verso padre Lactance, che si ritrovò con la schiena al muro prima ancora di rendersene conto.
Lo guardò dall’alto e disse: «Mio il cliente, mie le regole. Se avete da ridire, dovrete vedervela con me.»
«Va beni, va beni, come vò tu. Era solu nu suggerimento…»

Riuscirono a trasportarlo fino al centro della piazza dove era stato montato un palo con fascine di legna secca alla base.
La voce si era sparsa velocissima, e la piazza era gremita di curiosi.
Mentre veniva issato, Grandier vide la massa di gente, e per un attimo sul volto sofferente comparve un sorriso.
«Mio gregge! Io non sono stato degno di…»
«Zittuti!» Urlò padre Lactance.
Prese un palo con attaccato un crocifisso e lo usò per colpire in faccia Grandier.
«Tiè qua! Bacia Gesù!»
Sbam!
«Vi chiedo…»
«Bacia!»
Sbam!
«Vi è abbastato? Vulite un altro bacetto?»
«Andiamo avanti!» Urlò Laubardemont. «Forza Séraphin, procedi»
Salì sul palo per stringere la garrota, ma venne colpito da un tizzone ardente e cadde dalla scala.
«None! Niuna garrota avemu dettu!»
E lanciò il tizzone sulle fascine.
«Opsi… Mea culpa!» Disse sghignazzando.
«Non chiedo di essere perdonato.» Urlò Grandier mentre le fiamme lo avvolgevano. «Chiedo solo che Voi ricordiate, quando sarò cenere, che ho creduto in Voi più di quanto abbia mai creduto in me stesso.»
«Oh ma chisto quantu parla?»
«Gliè veru! È nu chiaccieruni! Forza, cantiamo!»
«Osanna alè osanna alè osanna al ritmo signò! Uè! Uè!»
«Adesso il pubblico! Forza!»
I due frati si presero per i gomiti e cominciarono a saltellare in circolo.
«Signore prendimi con te», furono le sue ultime parole.
«Più forte! Osanna alè! Dai, adesso solo le zitelle! Ah ah! Osanna alè!»
Dopo spettacolo
Il fuoco infine si spense.
Del prete donnaiolo restavano solo pochi resti carbonizzati, e la gente cominciò a disperdersi per le strade soddisfatta dello spettacolo appena visto.
In quel momento una colomba bianca volò attraverso la piazza e si andò a posare sul palo dell’esecuzione.
«Avete visto?»
«È una colomba!»
«È un segno del Signore!»
«Sciò stupidu picciuni!»
Padre Lactance lanciò una pietra colpendo in pieno la colomba, che cadde tra i tizzoni ancora ardenti alla base.
«Guardati! È arrivatu nu muscuni! È lu demonio Belzebù! facitivi il segno!»
Infine i due frati si allontanarono soddisfatti.
Raggiunsero un vicolo cieco, si voltarono per tornare indietro e si accorsero che la via era bloccata interamente da Laubardemont e dai suoi due aiutanti.
«Nun ve avevamo sentiti arrivari! Che ce fate quine? Ve siete persi pure vò?»
«No», rispose calmo e cordiale Laubardemont, «vi stavamo seguendo.»
«E che vò?»
«Voglio voi.»
«Stattento che lu cardinali se la piglia!»
«Il cardinale non è qui.»
Fece un passo in avanti; gli altri lo imitarono.
«Avete fatto quello che volevate perché vi stava guardando durante l’esecuzione.»
Fecero un altro passo.
«Ma adesso qui ci siamo solo noi.»
I frati estrassero due coltelli dalle tonache preparandosi a lanciarsi all’attacco.
«Séraphin, Célestin, per favore.»
I due aiutanti si fecero avanti, senza dire una parola, come al solito.
I frati si lanciarono all’attacco urlando.
Séraphin chiuse la mano sulla lama di Lactance e gliela sfilò come si toglie un giocattolo a un bambino. Una riga di sangue gli attraversò il palmo; non la guardò nemmeno.
Célestin non si mosse: aspettò che Tranquille gli arrivasse addosso, e lo fermò con un pugno allo stomaco facendolo accasciare a terra. Scalciò via il coltello con un calcio.
«Vedete», continuò calmo Laubardemont avanzando, «un patto è un patto».
I due frati si appiattirono contro la parete del vicolo.
«E le regole sono regole, capite?»
«Sine», risposero tremanti.
«E il nostro compito è occuparci di chi non rispetta le regole, giusto?»
«None! Prima lu processu!»
«Giusto! Prima lu prucessu!»
«Avete ragione, eccovelo qua.»
Sollevò i pugni in aria.
Ai due frati sembrarono enormi ed altissimi.
Il primo pugno prese Lactance in piena fronte.
«Colpevoli.»
Il secondo raggiunse Tranquille prima ancora che potesse aprire bocca.
«La sentenza è già stata eseguita.»
I frati scivolarono a terra, uno sull’altro.
Si sistemò i polsini e si voltò verso i suoi aiutanti, lasciandosi alle spalle i due mucchi di stoffa marrone.
«Ragazzi, torniamocene a casa, abbiamo dei clienti di cui occuparci.»
Cosa c’è di vero
Grandier non confessò mai. Né sotto l’ago, né sotto gli stivali, né sul rogo.
Ma nemmeno urlò durante le torture.
È l’unico dato su cui tutte le fonti concordano senza eccezioni.
La ricerca dei sigilli del diavolo con l’ago fu condotta davvero dal chirurgo Mannoury e Grandier aveva davvero passato anni a diffamare pubblicamente sia lui che il farmacista Adam. La storia non specifica se durante l’operazione Mannoury se ne sia ricordato. Noi una nostra idea ce la siamo fatta.
Padre Tranquille e Padre Lactance sono esistiti, ed erano peggio di come li abbiamo scritti: quando la tortura degli stivali non produsse la confessione, furono loro due a strappare martello e cunei di mano ai torturatori e a continuare da soli.
Il trattato contro il celibato e la satira contro Richelieu vennero davvero usati contro Grandier durante quella tortura.
Durante la tortura Grandier pronunciò una preghiera così toccante che un ufficiale presente la trascrisse. Laubardemont se ne accorse e gli proibì di mostrarla a chiunque. Non la conosceremo mai: quella che avete letto è un’invenzione narrativa.
La garrota è la parte più meschina, ed è tutta vera: a Grandier fu promesso lo strangolamento prima del fuoco.
Le versioni divergono sui dettagli, ma coincidono tutte nel sabotaggio da parte dei frati.
E fu Lactance in persona ad appiccare il fuoco in anticipo, di sua iniziativa.
Grandier bruciò vivo.
Era una cosa considerata disumana anche da parte dei torturatori.
La colomba sul palo è nelle cronache.
Sembra un’aggiunta melodrammatica, ma è così che viene raccontata nelle cronache, e viene interpretata come segnale divino.
Il giorno dopo un monaco giurò di aver visto un moscone ronzare attorno alla testa del condannato: Belzebù, “signore delle mosche”, venuto a riscuotere l’anima.
Anche questo, a verbale e fatto passare come versione ufficiale.
Séraphin, Célestin e il vicolo sono invenzione narrativa.
Dal rogo Grandier maledisse Lactance, chiamandolo a comparire davanti a Dio entro trenta giorni. Lactance morì il mese dopo, delirante, gridando che non era stato lui.
Tranquille morì qualche anno più tardi, in preda alla stessa identica isteria delle suore che aveva esorcizzato.
Tornando dal visitare un malato, Mannoury si fermò di colpo in strada gridando “Ah! C’è Grandier! Che vuoi da me?” e non si riprese più.
Gli amici lo riportarono a casa mentre continuava a parlare con il fantasma che vedeva davanti a sé.
Passò circa una settimana in questo stato di terrore, ripetendo che lo spettro si stava avvicinando, finché morì, secondo Dumas verso sera, all’incirca alla stessa ora in cui era spirato Grandier.