I demoni di Loudun

satana in chiesa

Laubardemont si svegliava sempre di buon umore.
Non perché avesse una vita felice.
Semplicemente era un uomo che dormiva con il cuore in pace.

jeanne des anges

📜 Nel convento di Loudun, le suore vengono assalite da spiriti e demoni interessati più al corpo che all’anima. Le suore, per qualche motivo, non sembrano avere fretta di liberarsene.

1 – Le possessioni di Loudun
2 – Lo stregone di Loudun
3 – I processi di Loudun
4 – I demoni di Loudun <- sei qui
5 – I roghi di Loudun

Quella mattina si svegliò prima del solito e ancora più allegro.
La giornata prometteva bene.

Chiamò Gaston, il servo, si fece preparare il bagno e si fece radere la barba.
Gaston era l’unica persona a cui avrebbe affidato il proprio collo.

Impiegò più tempo di quanto aveva preventivato per scegliere gli abiti.
Non troppo eleganti da sembrare superbo, ma non troppo semplici da tradire la solennità dell’evento.
Non avrebbe mai immaginato che presenziare ad un esorcismo richiedesse tanta preparazione.

Finalmente scese per la colazione, uno dei suoi momenti preferiti.
La cuoca aveva messo sul tavolo il giusto per tenerlo in forze durante la mattina: pane fresco, formaggi, carne e frutta.
Ed in più una torta a sorpresa.
Laubardemont adorava questo genere di sorprese.

«Eccellente, Marie, siete una cuoca superba!»

La donna arrossì abbassando lo sguardo.
Non era abituata ai complimenti.

«Avete sempre avuto una mano eccezionale con i dolci.»
«Grazie, signore.»

Laubardemont finì il vino, si alzò e sistemò la sedia.
«Riferite al cocchiere di prepararsi. Partirò tra poco.»

Si interruppe dopo pochi passi.

«Ah, quasi dimenticavo! Vado a salutare i ragazzi.»

E si avviò verso la cantina.

«Buongiorno Séraphin, buongiorno Célestin», bisbigliò con tono cordiale, «come sta la nostra cliente?»

Da un angolo della stanza si sentì un tintinnio di catene ed un singhiozzo soffocato.

«Signora Montserrat! Siete già sveglia! Buongiorno anche a lei!»
La donna si appiattì alla parete cercando di allontanarsi il più possibile.

«Come l’hanno trattata i miei ragazzi? Bene? Avete deciso di parlare?»
Séraphin scosse la testa ed emise un profondo gemito di fastidio.

«Eh, signora! Ma così voi me li sfiancate questi ragazzi, non è che possono stare svegli tutta la notte per lei…»

I singhiozzi si intensificarono.
«Suvvia! Non fate questa scena, non si addice ad una nobildonna del suo rango. Su, forza! Prima confessate e prima ce ne andiamo.»

«So-sono innocente»
«Non siamo qui per giudicarla»
Sollevò le spalle.
«Quello ormai è già stato fatto.»

Si rivolse verso Séraphin.
«Su, andate a riposare, e lasciate riposare anche lei.»
Fece un cenno verso la donna.
«La mancanza di sonno rende tutti più irragionevoli.»

«Ma perché mi fate questo?»
Laubardemont rimase senza parole, sinceramente perplesso.
«Come perché?»
Inclinò la testa di lato.
«È il nostro lavoro»

La donna tornò a piangere.
Provò ad asciugarsi le lacrime, ma le bruciature sulle mani la fecero sobbalzare.

Laubardemont la osservò, poi con tono dispiaciuto:
«Signora Montserrat, vi devo chiedere scusa.»
«Eh? Come?»
«Mi devete perdonare»
«Mi liberate? La perdono! Non sentirà mai parlare ancora di me! Grazie!»
«Ma no, ma le pare? Dicevo, perdonatemi la scortesia perché devo lasciarla, ho un impegno improrogabile. Arrivederci.»

Ma è del mestiere questo esorcista?

Anche Padre Barre si svegliò presto quella mattina, ma molto teso.
Aveva ricevuto la notizia il giorno prima, subito dopo la fine della prima udienza del processo.
Impiegò quasi tutta la giornata a decidere se comunicarla anche alla madre superiora.
Camminò per tutto quel tempo in cerchio nel cortile del convento, mormorando domande e dandosi risposte.
Chi lo vide si fece il segno della croce e si rinchiuse in canonica.

Dal suo punto di vista, la questione era delicata.
Aveva passato mesi ad esorcizzare ogni singola suora, e le uniche cose che aveva ottenuto erano il nome di Grandier ed alcuni graffi sul viso.

Adesso Grandier stesso si offriva di eseguire personalmente un esorcismo di massa.
E se ci fosse riuscito?
Gli avrebbe fatto fare una figura tale da dover cambiare mestiere, forse paese.

Peggio.
E se fosse in combutta con il demonio, e fingessero un successo solo per screditarlo?
Sarebbe stata un’altra vittoria di Satana!
L’ennesima, volendo essere puntigliosi.

Poi, immaginando un invito a pranzo da parte di Laubardemont, si era deciso a collaborare.

convento


Jeanne invece era rimasta sveglia tutta la notte.
Sarebbe finalmente uscita dal convento.
Non sapeva dire quando era stata l’ultima volta.

Barre condusse lei e le altre sorelle in chiesa in carrozze dotate di teli rossi per coprire le finestre.
Il telo di Jeanne aveva un piccolo buco attraverso cui spiò l’andirivieni dei contadini memorizzando ogni viso.
Sentì un peso al petto prima di entrare in un altro edificio, ma il fermento di incontrare e parlare con altre persone ebbe il sopravvento.

«Oh, voi dovete essere sorella Jeanne des Anges! Prego, accomodatevi, mancavate solo voi.»
A darle il benvenuto era un uomo paffuto e dalla voce calma e sicura seduto ad una scrivania al centro della chiesa.
Doveva essere il capo, magari un vescovo?
Nel prendere posto insieme alle sorelle, scorse tutti i presenti alla ricerca di quello che poteva essere Grandier.
Sicuramente era il più affascinante tra tutti i presenti, ma non riusciva a trovarne uno adatto.

«Oh, perdonatemi! Dove sono le mie buone maniere?» riprese l’uomo, «Io sono il magistrato Jean de Laubardemont, e sto conducendo questo processo»
Jeanne, non sapendo come rispondere, si alzò e fece un goffo mezzo inchino.
Le altre suore ridacchiarono, e lei le zittì con uno sguardo pieno di disprezzo.

Laubardemont restò interdetto. La squadrò a lungo, poi annotò qualcosa.
«Vedo… Vedo che la vostra fama non è campata in aria. Bene, adesso possiamo cominciare.»
Scribacchiò qualcosa su un grosso libro.
«Partiamo dalle basi, voi riconoscete Urbain Grandier in questa chiesa?»

Jeanne si sentì a disagio.
Osservò nuovamente i gruppi di ecclesiastici anziani in cerca di un uomo alto e giovane, quando venne interrotta.
«Ma insomma, lo vedete o no?»
«Io…»
Indicò insicura un ragazzo che se ne stava silenzioso vicino all’altare.
«Ma quello è il figlio del custode!»

Jeanne si ritrasse con uno scatto come se le avessero bacchettato la mano.
«Ma no! Non preoccupatevi, non deve conoscerlo per forza, anzi meglio così, venga messo agli atti che le suore confermano di non averlo mai visto se non in forma di spirito.»

«Insomma!» Grandier esplose: «Non hanno mai affermato di avermi visto in forma di spirito! Lo state dichiarando voi!»
«Sentite, Grandier», rispose con pazienza: «Il magistrato sono io; quando condurrete un processo tutto vostro, sarete voi a fare le regole»
«Io protesto!»
«Fate quello che credete opportuno, ma…»

Jeanne sentì le voci sempre più lontane.
Quell’uomo era veramente Grandier?
Era troppo vecchio.
E le ricordava un maiale.
Sentì il corpo perdere una tensione che l’accompagnava da mesi.
Non ricordava di essersi sentita così libera e leggera.
Un sorriso soddisfatto le si stampò sul viso, socchiuse gli occhi e sollevò la mano al petto.

«…fate qualcosa! Sorelle, almeno voi! Sorella des Anges! Smettetela, siamo in chiesa!»
Jeanne si ridestò bruscamente.
Si guardò attorno ed abbassò il capo.
Tutti erano rivolti verso di lei e mormoravano creando un brusio indistinto, da cui emergeva solo la voce profonda di Laubardemont.
«Ma voi siete veramente posseduta!»

«Ve l’avevo detto», si intromise padre Barre, «anzi, se volesse prendere in esame le mie considerazioni potremmo annullare…»
«Le vostre considerazioni potete tenerle per voi», lo interruppe esibendosi nel più falso sorriso di cui fosse capace. «Forza, andiamo avanti.»

Grandier si mosse lentamente.
Non aveva mai fatto un esorcismo.
E non ne aveva mai visto uno.
Però, aveva pensato, se anche uno come Mignon può provarci, non deve essere difficile.
Il problema era che non aveva idea da dove cominciare.

Congiunse le mani e avanzò lentamente, imitando quello che nella sua testa doveva essere un atteggiamento da esorcista esperto. 

Le suore lo osservarono con un misto di timore e incredulità, stringendosi l’una all’altra.

Arrivato davanti alle suore, sollevò le mani al cielo e cominciò con un «Nel nome del Signore! Vi ordino di…»

Non riuscì a finire la frase.
Per la prima volta Jeanne lo aveva davanti. Da vicino.
Un uomo stempiato, grasso, impacciato, il petto gonfiato per darsi un contegno. 
Cercava di sembrare solenne e riusciva solo goffo.

Era questo.

Era questo l’uomo entrato nella sua vita. Il seduttore, il demonio, la voce che le sussurrava di notte. Tutto ciò per cui aveva pianto.

Un ometto spaventato che non sapeva da dove cominciare.

Non impazzì. Quello era già successo.
Si ruppe qualcos’altro, più in fondo: l’idea che avesse sofferto per qualcosa di grande.
Aveva sofferto per quello.

Lanciò un urlo e gli si gettò contro.
Grandier indietreggiò abbassando le mani per proteggersi.

Per un istante nessun altro si mosse.

Poi suor Marie urlò «È lui!»
Le altre suore si risvegliarono all’unisono.
Gli furono addosso. Pugni, unghie, il peso di tutte insieme.

loudun-suore


Grandier crollò a terra. 

Venne messo in salvo a fatica da alcune guardie e portato ai piedi del banco di Laubardemont.
«Grazie», riprese fiato. «Ho temuto di morire. Grazie. Mi avete salvato.»
«Ma no! Grazie a voi per lo spettacolo! Venga messo agli atti che l’esorcismo è fallito perché le religiose hanno riconosciuto in lui lo spirito che le ha tormentate!»
«Cosa? Voi non potete!»
«Scommettiamo?», rispose dondolando la testa, «E… Sorelle? Vi ringrazio, potete tornare in convento.»

Jeanne era rimasta a terra in ginocchio.
Le punte delle dita macchiate da tracce di sangue.
Le guardò a lungo.
Respirava a fatica e sentiva di voler piangere.

Una mano, con molta cautela, le toccò la spalla e la riportò alla realtà.
Era quella di suor Claudine.

Dall’altra parte della stanza i due uomini continuavano a urlare.
«Vi ho detto di portare rispetto per questo tribunale!»
«Questa è una farsa! Sono isteriche! Come tutte le donne!»

La parola arrivò a Jeanne come uno schiaffo.
Isterica.
Di nuovo. Dall’uomo per cui aveva bruciato tutto.

«Non mi riguarda», tagliò Laubardemont, «siete voi sotto processo, non loro.» Poi, alle suore, con un gesto stanco della mano: «Sorelle, potete andare. Lo spettacolo è finito.»

«Andare?» disse sottovoce Jeanne. «Io… Io…»
«Forza, torniamo in convento», la esortò suor Claudine.
Le altre suore le fecero eco.
«Sì, andiamo»
«Torniamo»
«Andiamo in convento»

Fu in quel momento che si sentì lucida come mai prima d’ora.
Scacciò la mano dalla spalla.

«Io non ci torno là dentro», disse alle consorelle, con un tono basso, quasi un ringhio.

Si alzò in piedi e osservò gli ecclesiastici, le guardie, i due uomini che battibeccavano.
Tutti liberi.
Non avevano fatto niente per meritarselo.
«Vi odio», disse piano. «Vi odio tutti.» 

E rivolgendosi al tribunale come faceva con le novizie, comandò:
«Vi ordino di stare zitti!»

Presi nuovamente alla sprovvista, tutti si immobilizzarono.
Laubardemont aprì la bocca per dire qualcosa, ma venne immediatamente interrotto.

«Volete lo spettacolo?»
Alzò la testa e sorrise storto.
«Eccolo!»

E cominciò a ridere. Piano, poi sempre più forte, una risata gorgogliante e bestiale.
«È in me! Il demonio è in me! Adesso!»

Laubardemont si appoggiò allo schienale, le dita intrecciate, e la osservò come si osserva un pezzo mancante che finalmente torna al suo posto.

Grandier capì un attimo prima degli altri.
Un demonio l’aveva accusato durante un esorcismo.
E adesso quel demonio era lì e chiedeva la parola.
«No. No no no. Aspettate…»

The show must go hell

Padre Barre non sapeva come sentirsi.
Da una parte Grandier aveva fallito e non gli aveva fatto perdere la reputazione.
Dall’altra, il diavolo in chiesa?
Che cosa stava succedendo?

«…Padre Barre! Dico a voi!»
La voce profonda di Laubardemont lo trascinò via dai suoi pensieri.
«Eh? Cosa?»
«Ma oggi avete tutti la testa  altrove? Non importa. Siete voi l’esperto di esorcismi, adesso che dobbiamo fare?»
Barre guardò Jeanne. 
«Ecco, io…»

«Voglio testimoniare!» fece Jeanne.
«Cosa?» risposero tutti come in coro.

«Voglio testimoniare sui fatti del convento di Loudun!»
«Ma bene!» disse Laubardemont  sfregandosi le mani. «Non poteva andare meglio!»
«Tutto questo è ridicolo!»
«Che c’è, Grandier? Non vi sentite più sicuro come prima? E portate rispetto anche per…», indicò con la mano Jeanne, poi un po’ sottovoce, «sì… anche per il signor Satana…»
Poi rivolgendosi direttamente a voi: «Prego, accomodatevi sullo scranno dei testimoni»

Jeanne si sedette su quella sedia scomoda.
Per un attimo le ricordò il convento.
Ma questa volta era diverso.

Alzò la testa e guardò dritto negli occhi il giudice.

Gli altri, giudici, suore e guardie, si misero alle sue spalle.
A distanza di sicurezza, ma abbastanza vicini da non perdere una parola.

satana-jeanne

Laubardemont aprì il registro e prese la penna.
Per la prima volta quella mattina sembrò davvero incerto.

«Ehm… Signor… Satana… Devo chiamarvi Satana? Lucifero? Belzebù? Solo Diavolo?»
«Satana va bene»

«Signor Satana… adesso dovreste giurare sulla bibbia…»
Jeanne girò lentamente la testa verso il prete che si stava avvicinando con il libro sacro, e ringhiò come un cane che sente un pericolo.
«Oh. Sì. Certo. Scusatemi.» Laubardemont fece un gesto con la mano. «Faremo senza, per questa volta. Dopotutto siamo già in chiesa. Non è possibile mentire in chiesa.»

«Tutto questo è ridicolo!»
«Lasciatemi lavorare, Grandier!» sbottò irritato, poi con gentilezza rivolgendosi a Jeanne. «Prego, raccontateci tutto.»

Jeanne ripensò a tutto quello che Barre le aveva detto in quei mesi.
«Vede, signor giudice, io e i miei amici demoni ce ne stavamo tranquilli in riva al fiume»
«Voi e quali amici?»

Ci pensò qualche secondo ad occhi chiusi.
«C’erano Asmodeo…»

Tutti i presenti si fecero il segno della croce.

«No! Per favore! L’abbiamo già fatta», li interruppe Laubardemont, lasciando qualcuno con le mani a mezz’aria, «aspettate che finisca l’elenco e poi ne fate uno complessivo. Proseguite.»

«Dunque… c’era anche Isacaron…»
«Con quante a si scrive?»
«Due in totale, poi Balaam… questo con due dopo la L»
«Segnato…»
«Zabulon…»
«Zabulon in compresse o fialetta?»
«Compresse. Poi… Poi… Behemoth!»

«E basta? Sono solo cinque.»
«Leviatano», suggerì padre Barre con la mano davanti alla bocca per non farsi scoprire.
«Ah già! Leviatano!», ripeté Jeanne colpendosi la fronte con il palmo, «lo dimentico sempre»

«E sono sei, le rose erano sette, chi c’era dentro la settima?»
«Satana», si sentì bisbigliare.
«Ah già! C’ero io!» aggiunse sorridente.
«Barre, se suggerite ancora, vi mando fuori dall’aula!»

Poi tornò a rivolgersi a Satana.
«Prego, eravate in riva al fiume, intenti a…?»
«Eh… Io… Sì! Stavamo torturando un’anima! Lo facciamo sempre il venerdì sera! Per penitenza.»
«Stavano… un’anima… bene, verbalizzato, e che successe poi?»

«Il qui presente Grandier ci contattò per proporci un affare.»

«Ma per favore!»
«Silenzio, Grandier! Prego, continuate, che affare?»

«La sua anima in cambio della possibilità di corrompere le suore del convento.»
Fece una pausa per ricordare i dettagli.
«Lo trasformammo in spirito, e lui ci fece entrare in convento sotto forma di 7 rose.»

«Ah, bene, questo dettaglio torna, mettetelo agli atti. E poi?»
«E poi? Poi… Le abbiamo tormentate… e…»

«Sta chiaramente inventando!»
Laubardemont fece per zittirlo di nuovo, ma fu anticipato.
Jeanne si voltò di scatto e lo fulminò con lo sguardo.
Ringhiando.
Grandier sobbalzò.

«Posso dimostrarlo: abbiamo lasciato dei sigilli nascosti nel suo corpo.»
«E dove di preciso?»
«Io… Mi vergogno…» E abbassò la testa.
«Nei testicoli!» disse Barre.
Jeanne annuì senza sollevare lo sguardo.
«Ok, Barre, questa ve la lascio passare, altrimenti avremmo fatto notte. Continuate, signor Satana.»

«Siamo entrati in convento. C’era già Mignon. Lo zio però. E lì abbiamo iniziato a spiare le suore», ghignò, «poi piano piano a sfiorarle…»
Si voltò di nuovo verso Grandier.
«E lui guardava!»
«No!»

«E poi ha iniziato anche lui!» Sorrideva soddisfatta.
«No! Non è vero!» ansimò.

«Sussurrava… E toccava… E le faceva toccare…»
Jeanne aveva socchiuso gli occhi.
«È tutta colpa sua… Dall’inizio… È un demone… Ci ha corrotte…»
La penna di Laubardemont si fermò un istante.
Poi riprese a scrivere.

«Veniva di notte…» La mano le salì al petto, si strinse sul crocifisso. «Nella mia cella… Mi sussurrava…» 
Il respiro si era fatto corto. 
«Mi chiamava per nome… Jeanne… Jeanne…»
Portò l’altra mano al viso premendola davanti alla bocca.

«Mi toccava… e io…»
Le nocche sul crocifisso erano diventate bianche.
«Io…»

«Madre! Vi prego! Non vi ho fatto niente! È con la mia vita che state giocando! Dite la verità! Salvatemi!»

Jeanne aprì gli occhi di colpo.

«Non vi ho fatto niente…» ripeté confusa.
Si guardò attorno, come sorpresa di trovarsi in quel luogo.
Nella testa le girava ancora quella frase.
Non vi ho fatto niente.
Fissò di nuovo Grandier senza capire bene cosa stesse vedendo.
Poi le mani.
Il sangue si era seccato sotto le unghie.

«Io… Io…»
Il respiro era sempre più affannoso.

«Io… Non è stato Grandier.»
Scoppiò a piangere.
«Aiutatemi!»
Le gambe cedettero e crollò a terra.

«Portatela via», ordinò Laubardemont.
Due guardie obbedirono trascinandola fuori.
Non oppose resistenza. I piedi le strisciavano a terra.
Le altre sorelle la seguirono.

«Avete sentito!» urlò Grandier trionfale. «Avete sentito tutti! Ha detto che non sono stato io!»
«Quello è stato solo Satana che ha tentato di scagionare il proprio complice.» Rispose Laubardemont calmo.
«No, lo avete sentito bene!»
«Ho sentito una povera donna posseduta e sofferente.» Fece un respiro. «A causa vostra.»

«Ma…»
«E poi che vi credete? Che avremmo basato il processo solo sulla testimonianza di una suora pazza? Abbiamo la prova.»

«Cosa? Prova?»
«Portate la prova!» ordinò.

contratto


Una guardia estrasse dalla sacca una lunga pergamena.
«Vedete? È il contratto. L’abbiamo trovato nella seconda perquisizione. Era sulla vostra scrivania.

«La scrivania? L’avevate già perquisita!»
«Mignon non aveva guardato bene.»

«Ma che contratto poi? Di che state parlando?»
«Ahhh! Fate finta di non sapere?» Sorrise «Il contratto con i demoni. Guardate, c’è la firma di tutti.»

«È falso!»
Laubardemont lo ignorò.
«Certo la firma di Leviatano poteva venire meglio… Però c’è scritto tutto. In latino.»

«È falso! E voi lo sapete benissimo!»
«Avete mai riflettuto su una cosa strana? Il diavolo ha vissuto per migliaia di anni, ha incontrato migliaia di popoli, conosciuto migliaia di lingue, poi bam!» Batté le mani facendo sobbalzare tutti «Poi scoprì il latino e disse “Ecco! Questa è la lingua che userò d’ora in poi per i contratti!”»

Grandier aprì la bocca.
Non uscì niente.
«Mettete agli atti che l’imputato riconosce il documento.»


rogo urbain grandier

Continua in I roghi di Loudun, ultima puntata.
Il titolo non lascia molti dubbi su come va a finire.


Cosa c’è di vero

Il contratto esiste.
Non “è esistito”: esiste ancora oggi, conservato alla Bibliothèque nationale de France.
È scritto in latino al contrario, da destra a sinistra, perché all’inferno si usa così e porta la firma di Grandier e le controfirme dei demoni: Satana, Belzebù, Lucifero, Leviatano, Astaroth. Un tribunale del regno di Francia mise agli atti come prova un documento firmato da Satana. L’immagine che avete visto qui sopra è quella vera.

Anche il principio giuridico è documentato: le dichiarazioni rese dai demoni durante gli esorcismi vennero accettate come prove d’accusa. Qualche teologo obiettò che il diavolo è per definizione il padre della menzogna e forse non era il testimone ideale. Vennero ignorati.

Il confronto avvenne davvero, e davvero fu la prima volta che le suore videro Grandier in faccia: fino a quel giorno lo avevano “incontrato” solo in forma di spirito.

E Grandier condusse davvero un esorcismo sulle possedute, con una mossa in più che non vi abbiamo raccontato: chiese che i demoni gli rispondessero in greco, visto che un demonio conosce tutte le lingue. Gli fu risposto che il patto vietava espressamente di parlare greco. Agli atti pure questo.

La ritrattazione di Jeanne è storia, ed è anche più drammatica nella realtà: a un certo punto si presentò con una corda al collo, minacciando di impiccarsi, e dichiarò di aver calunniato un innocente.

Anche altre suore ritrattarono pubblicamente. Il tribunale verbalizzò tutte le ritrattazioni come “ennesimo inganno del demonio che tenta di salvare il suo complice”.

La signora Montserrat in cantina e la colazione di Laubardemont sono invenzioni narrative.

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